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Assistenza per responsabilità medica

 

La professione medica, su cui hanno compiti di vigilanza gli ordini professionali all’uopo costituiti, è da sempre inquadrata nella categoria codicistica delle professioni intellettuali. Il contratto col medico è quindi contratto col professionista intellettuale. La prestazione medica, definita come prestazione d’opera intellettuale, è regolata dall’art.2230 ss.c.c., che rinvia alle norme sul lavoro autonomo in quanto compatibili. I problemi della materia iniziarono a sorgere con il pieno svolgersi dei principi costituzionali solidaristici, dello stato sociale ed in particolare di quelli sui trattamenti sanitari, e quindi sulle strutture che svolgono quella funzione pubblica. Da questa prospettiva, l’evoluzione della giurisprudenza ha risentito delle diverse forme organizzazione di svolgimento della professione.

 

 

 

Da principio si riteneva che non fosse dato di rinvenire un rapporto privatistico con il medico di una struttura sanitaria pubblica. Il medico, si diceva, era assimilato al dipendente pubblico, ed era responsabile solo nei confronti dell’Amministrazione (art.28 Cost.). D’altra parte, la struttura sanitaria pubblica non possedeva che una rada soggettività, che si riteneva impossibile integrare in un concetto di entità giuridica distinta rispetto allo Stato. In questa prima fase, dunque, gli strumenti di tutela per il cittadino erano solo quelli derivanti dal codice civile o dal codice penale, e tipicamente dati in termini extracontrattuali, dal momento che, assunta la mancanza di uno dei soggetti, non era dato di ricavare alcuna convenzione contrattuale. Né d’altra parte alcuna delle dottrine già all’epoca presenti (es. “contratto di fatto”) consentiva di dare credito fondatamente alla tesi che si potesse essere di fronte ad una prestazione contrattuale. Sotto altro profilo, le strutture private subivano la diversa regolamentazione offerta dall’art.2232 c.c., che prevede la responsabilità del prestatore d’opera, e dei suoi ausiliari. Laddove non era rinvenibile una convenzione apposita, la struttura veniva colpita direttamente ex art. 1218 o indirettamente secondo l’art.2049 c.c..

 

In un momento successivo, si ritenne di individuare nelle costituite Unità Sanitarie una qualche personalità giuridica, pur sempre di diritto pubblico, e quindi verso le quali non era dato di utilizzare i comuni strumenti privatistici che già all’epoca potevano essere utilizzati nei confronti di strutture private. In questo frangente, le relazioni fra Amministrazione e dipendenti divengono caratterizzate da una coloritura privatistica, finalmente idonea alla figura del medico quale professionista intellettuale, e lavoratore autonomo. In questa fase, si consolida la teoria che vede il medico rispondere in via extracontrattuale. Si formano così due diversi indirizzi in Giurisprudenza: l’uno rivolto alle strutture private, e l’altro alle strutture pubbliche. Con l’inammissibile risultato che la struttura pubblica svolge la propria funzione senza idonee garanzie di soddisfacimento al cittadino – utente, nel momento nel quale, peraltro, v’è maggior bisogno di tutele.

 

La percezione di tali disparità ed i rimedi ad hoc predisposti (cosiddetto Tribunale del malato), unitamente all’evoluzione del sistema pubblico di esercizio della funzione, ed in ultima ratio, all’evoluzione dell’organizzazione sanitaria pubblica stanno oggi conducendo l’ambito privilegiario di attività del medico pubblico ad un sistema maggiormente garantito. Onde assoggettare l’attività medica ad un controllo più pregnante dell’A.G. e fondare sistemi di tutela più efficaci per chi debba ricorrere alle cure mediche, la Giurisprudenza, attraverso il ricorso a concetti di ordine sistematico ha mutuato dalla disciplina contrattuale e dalla clausola di cui all’art. 1173 c.c. un’apposita disciplina. Nella casistica giudiziaria viene marginalizzato il ruolo della responsabilità extracontrattuale a favore di quella contrattuale, e viene configurata la nuova responsabilità di origine negoziale, cosiddetta “da contatto sociale”.

 

 

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Non siamo eroi, noi avvocati.

Avv. Ilaria Giraldo - Studio Legale Liut Giraldo & Partners NEW1Ma se solo si comprendesse quanti sacrifici e quanta fatica, e nondimeno quanta passione e quanto orgoglio sono intessuti nella trama e nell’ordito della toga con cui copriamo le nostre spalle, pesantemente gravate dai problemi altrui di cui ci facciamo ogni giorno carico… se solo si comprendesse, l’Avvocatura non sarebbe costretta a reclamarlo quel rispetto, più che dovuto, per la dignità della professione forense, noi orgogliosamente figli della Giustizia, e non certo di un dio minore.

E se pure fossimo figli naturali, tanto meglio.

Ilaria Giraldo (24.11.2015) —

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