Responsabilità civile e risarcimento danni. Danno da contatto sociale e “sufficient relationship of proximity or neighbourhood”: parallelismi tra modello italiano e modello anglosassone.

marzo 17, 2010 in Responsabilità civile e risarcimento danni da Liut & Partners

(Articolo della dott.ssa Valentina Prudente del 10.02.10, in http://www.filodiritto.com/index.php?azione=visualizza&iddoc=1744)

Il contatto sociale qualificato si pone nel nostro ordinamento come momento fattuale, prima ancora che giuridico, in grado di instaurare una relazione contrattuale fra soggetti a prescindere dalla sussistenza di un contratto in senso stretto. Una funzione per molti versi affine è svolta dal canone di proximity nel modello anglosassone, concetto metagiuridico la cui funzionalità si estende dall’ambito privatistico a quello pubblicistico.

1) Nozione di contatto sociale

La teoria della responsabilità da contatto nasce in ambito civilistico come risposta all’esigenza di inquadramento sistematico relativa a fattispecie di danno difficilmente collocabili, data la loro natura “ibrida” a metà strada “tra contratto e torto” (Castronovo)

Matrice ideale del contatto sociale qualificato è la teoria civilistica della responsabilità per inadempimento senza obblighi di prestazione, che abbraccia casi per la classificazione dei quali non appare del tutto adeguata né la figura dell’illecito extracontrattuale, né quella dell’illecito contrattuale: la prima fa infatti riferimento a una generica “responsabilità del passante” che non è adattabile alle ipotesi considerate, mentre la seconda presuppone la sussistenza di un’obbligazione contrattuale, che invece non è dato rinvenire. Né la violazione del principio del neminem laedere, né l’inadempimento della prestazione contrattuale – poiché, appunto, non esistente – originano quindi l’obbligazione risarcitoria. In questo senso, la fonte è individuabile nella lesione di autonomi obblighi di protezione, rilevanti anche a livello normativo in quanto tipizzati dal nostro Legislatore in una serie di norme codicistiche (ad esempio l’art.2087 C.C. che prevede un obbligo in capo all’imprenditore di adottare tutte le misure necessarie a tutelare “l’integrità fisica e la personalità morale”dei lavoratori, nel compimento della prestazione lavorativa).

L’espressione “contatto sociale qualificato” fa riferimento a un rapporto socialmente tipico – poiché qualificato dall’ordinamento giuridico – in cui, a prescindere da un precedente vincolo pattizio in senso stretto, il danneggiante è legato al danneggiato da una relazione di fatto. Ne discendono per il primo un dovere di protezione di specifici beni giuridici e, per il secondo, di conseguenza, un obiettivo affidamento nella professionalità dell’altro soggetto, proprio in ragione del fatto che si tratti di un rapporto qualificato.

I casi per i quali la Giurisprudenza ha coniato la figura della responsabilità de qua mostrano chiaramente il tipo di rapporto “fattuale” cui ci si riferisce: si pensi al “contatto” tra medico e paziente, o alla responsabilità individuata in capo all’insegnante per lesioni autoinflitte dall’alunno, che delineano appunto una relazione sicuramente non contrattuale, ma neppure fra “soggetti qualunque”, sciolti da qualsiasi legame.

2) Contatto sociale e suoi riferimenti normativi

Quanto ai riferimenti normativi in materia, ormai pacificamente Dottrina e Giurisprudenza sono concordi nell’affermare che l’art. 1173 C.C., pur non indicando una nozione dai confini tanto sfumati come quella di contatto sociale, non esaurisca nella propria elencazione le possibili fonti di obbligazione. Con l’espressione “da ogni altro atto o fatto idoneo a produrle in conformità con l’ordinamento giuridico” viene infatti delineato un sistema aperto, che si caratterizza per l’atipicità delle fonti, tra le quali ben potrebbe annoverarsi il contatto sociale.

In definitiva, come dimostra la Giurisprudenza civilistica che ha originato questo peculiare tipo di responsabilità, un rapporto contrattuale può costituirsi fra due soggetti anche in assenza di loro valide manifestazioni di volontà. Dal contatto sociale qualificato derivano quindi obblighi di tutela di determinati interessi, sorti in itinere o esposti a pericolo in ragione dello stesso contatto, tali da giustificare l’affidamento della controparte.

3) Il concetto di “Proximity” – il caso Donoghue VS Stevenson

Nel sistema del Common Law è rintracciabile una sorta di antecedente del concetto di contatto sociale qualificato, individuabile nel “neighbour principle” o “proximity”. È questo un elemento essenziale nella costruzione del “duty of care”, vale a dire di quel “modello di comportamento cui il danneggiante avrebbe dovuto attenersi nel caso concreto” (Maggiolo), che vale ad indicare l’esistenza di un legame tra danneggiante e danneggiato, tale da circoscrivere la categoria degli aventi diritto alla tutela risarcitoria.

Il canone di proximity viene compiutamente enunciato nel leading case Donoghue v. Stevenson del 1932, detto anche “snail in the bottle”. Il caso riguarda l’istanza risarcitoria proposta da May Donoghue, ammalatasi dopo aver assunto il contenuto di una bottiglia di ginger ale nella quale era stata scoperta una lumaca in stato di decomposizione, contro il produttore della bevanda (in tema: P. Cendon; F. Toriello; G. Alpa, M. Bessone). Il principio enunciato, pur non costituendo la ratio della decisione, ebbe comunque una grande importanza nello sviluppo del diritto inglese.

Significativa è la definizione che viene offerta del canone di neighbourhood da Lord Atkins nel decidere la controversia: si legge infatti che “The moral rule that you have to love your neighbour becomes in law, you must not injure your neighbour; [...] Who, then, in law is my neighbour? The answer seems to be persons who are so closely and directly affected by my act that I ought to have them in contemplation […] when I am directing my mind to the acts or omissions which are called in question” (Donoghue v. Stevenson 1932 AC 562.) <“La regola morale per cui è necessario “amare il prossimo”, si traduce in termini giuridici nell’obbligo di non ledere il prossimo. Chi è, dunque, in termini giuridici, il prossimo? La risposta sembra essere ‘persone che sono così strettamente e direttamente influenzate dalla mia condotta per cui è un dovere tenerle in considerazione […] quando ho intenzione di porre in essere i comportamenti attivi od omissivi considerati’”>

Il concetto generale di proximity viene pertanto tratteggiato come la traduzione in termini giuridici del dovere morale e sociale di “to love your neighbour”. In particolare, è stato rilevato che “Tort law must reflect the allocation of moral responsibility prevalent in the society it regulates. This function is fulfilled, for the tort of negligence, by the operation of the requirement of proximity, which determines whether a defendant will be liable for carelessly causing foreseeable harm” (A. Kramer) <“La Tort Law deve riflettere la prevalente distribuzione della responsabilità morale nella società che regola. Questa funzione è realizzata, per quanto riguarda il tort of negligence, dall’operazione di ricerca della proximity, che determina i casi in cui il convenuto sarà responsabile per aver cagionato con una condotta negligente un danno prevedibile”>.

La flessibilità del canone di proximity, che per certi versi ha rappresentato anche un momento di critica dello stesso, ne rende evidente la matrice metagiuridica: è stato infatti sottolineato come si faccia innanzitutto riferimento a “qualcosa di non concettuale e non intenzionale […] una sensazione, un’esperienza” che connette la responsabilità di un individuo al “prossimo” (W. Deane).

Ne discende quindi come il concetto di neighbourhood non vada inteso rigidamente: si sottolinea infatti che “Proximity is a label for the inquiry into societal norms, not a rule or formula that encapsulates or replaces that inquiry” (A. Kramer) <“la proximity è una classificazione per l’indagine all’interno delle norme sociali, non una regola o formula che le incapsuli o che rimpiazzi quell’indagine”>.

4) Rilievi critici mossi al neighbour principle

Le critiche al canone di “neighbourhood” non sono tuttavia mancate, appuntandosi per lo più sulla difficoltosa distinzione tra “neighbourhood” e “foreseeability”, concetti distinti eppure strettamente collegati (in tema F. Trinidade, P. Cane). Rispetto a tali imprescindibili criteri (“ragionevole prevedibilità” e “proximity”), non si è peraltro omesso di rilevare come “it has been suggested that as the courts have increasingly resorted to the concept as a means of masking the policy basis to decision, the difference between the notions of ‘proximity’ and ‘reasonable foreseeability’ has been obscured” (B. A. Hocking) < “Si è affermato che non appena le Corti hanno fatto un più massiccio ricorso al concetto inteso come espediente per mascherare la linea di condotta di una decisione, la differenza tra le nozioni di proximity e di ragionevole prevedibilità è stata oscurata”>.

Le osservazioni critiche, peraltro, hanno talvolta investito il significato stesso del canone di neighbourhood: innanzitutto si è ritenuto che esso fosse “semplicemente un’etichetta per dare efficacia a giudizi di valore in ordine alla funzione che è auspicabile sia investita dalla responsabilità in tort”, così riducendo il neighbour principle ad un mero formalismo di dubbia utilità (P. Cane). In secondo luogo, se ne sono ravvisati l’indeterminatezza ed il conseguente rischio di alimentare interpretazioni eccessivamente discrezionali da parte del Giudice. Nondimeno, relativamente a questa seconda accusa, viene rilevato in positivo come la polisemia, l’ampiezza e addirittura l’ambiguità del concetto consentano un’estesissima applicabilità dello stesso quale criterio di ricerca della responsabilità. Sarebbe impossibile ridurre la proximity ad una rigida formula: tale canone, saldamente inserito nel sistema del Common Law, si presenta necessariamente sotto forma “discorsiva” e “normativamente aperta”, connotati, questi ultimi, propri innanzitutto dello stesso apparato (in tema: W. Deane).

5) Vis expansiva del canone di Proximity – Caso Dorset Yacht Co Ltd v. Home Office

Nonostante le critiche avanzate, il neighbour principle assurge a criterio generale nell’ordinamento anglosassone, tanto da osservarsi “una costante tendenza a ritenere che il diritto della negligenza dipenda da principi di modo che, quando emerge un nuovo caso, non ci si dovrebbe chiedere se esso sia coperto da una decisione autoritativa, ma se ad esso si applichino principi riconosciuti; […] il principio di prossimità si dovrebbe sempre applicare, a meno che non vi sia una giustificazione o una valida spiegazione per la sua esclusione” (G. Sartor). Non stupisce pertanto il sorgere dell’interrogativo, in seno al sistema di Common Law, sulla praticabilità dell’estensione del canone di neighbourhood anche alla Pubblica Amministrazione. Quest’ultimo interrogativo è stato affrontato considerando il caso Dorset Yacht Co Ltd v. Home Office: la vicenda si riferisce alla tentata fuga di alcuni reclusi dall’isola sulla quale si trovavano, che si era risolta in un danno consistente allo yacht dell’attore. La relativa pretesa risarcitoria era stata presentata sulla base dell’allegata negligenza dei secondini, al controllo dei quali i giovani si erano sottratti, nonché partendo dal presupposto che l’Home Office, nonostante la pretesa immunità, avrebbe dovuto ritenersi responsabile per il danno verificatosi. Per propria parte, l’Home Office convenuto aveva opposto a tali ragioni la pacifica mancanza di una responsabilità vicaria, nel diritto inglese, al di fuori del rapporto tra datore e prestatore di lavoro e la considerazione per cui la polizia penitenziaria godrebbe in tal senso di immunità per ragioni di policy. Tuttavia tali argomentazioni furono respinte e la House of Lords ritenne esistente un duty of care sia nel rapporto tra i reclusi e i secondini, che tra questi ultimi e il proprietario dello yacht. Il canone di proximity fu pertanto considerato applicabile anche in tale ambito, con la premessa che i principi emersi in Donoghue contro Stevenson non fossero definitivamente cristallizzati, ma, al contrario, suscettibili di adattamenti tali da modellarne l’aderenza a nuove situazioni.

6) Matrice contrattuale del contatto sociale e matrice extracontrattuale del neighbour principle: È interessante rilevare come nel Common Law il corrispondente del contatto sociale venga ricondotto con certezza dalla Giurisprudenza entro l’alveo della responsabilità aquiliana sotto forma di tort of negligence (in tema V. Antonelli; R. Delfino) con tutte le conseguenze che tale natura comporta in tema di disciplina applicabile. In particolare, da un lato, l’azione per responsabilità contrattuale è fondata sulla “strict liability” del contraente inadempiente e consente il risarcimento della “pure economic loss”; dall’altro, l’esercizio dell’azione per tort of negligence comporta che il danneggiato dimostri la sussistenza di sufficient relationship of proximity con il danneggiante tale da far nascere in capo a questo soggetto un duty of care, la prova della violazione del suddetto dovere (breach of the duty of care) ed infine l’esistenza del nesso di causalità. In questo secondo caso la tutela risarcitoria si riferisce al ristoro del danno che si identifica o consegue ad un physical harm e non del danno puramente economico, ciò che vale a differenziare anche per questo ulteriore profilo la responsabilità extracontrattuale da quella contrattuale.

7) Conclusioni: In conclusione, pur non potendosi ravvisare una completa identità tra la costruzione del neighbourhood principle ed il contatto sociale qualificato, anche per l’evidente diversità dei sistemi nei quali le due figure si inseriscono, emergono tuttavia significativi profili di comunanza.

Ci si riferisce in particolare alla rilevanza fattuale e, per così dire, “concreta”, di un rapporto tra soggetti che si caratterizza in primo luogo per il suo inserimento nel complesso tessuto dei rapporti sociali non solo tra privati, ma anche tra Amministrazione e cittadino. A prescindere dalla riconducibilità ad un terreno contrattuale o aquiliano, tale momento di “contatto” o di “prossimità” rende ragione del sorgere di una responsabilità – appunto – sociale, prima ancora che giuridica.