Responsabilità medica: molti dubbi e poche certezze anche dopo l’ordinanza della Corte Costituzionale di non illegittimità della norma.

febbraio 18, 2014 in Diritto civile, Generale, Responsabilità civile e risarcimento danni da Liut & Partners

11Responsabilità medica: molti dubbi e poche certezze anche dopo l’ordinanza della Corte Costituzionale di non illegittimità della norma.

Con l’ordinanza numero 295 del 2 dicembre scorso, la Corte Costituzionale si è finalmente espressa sui rilievi di incostituzionalità promossi con ordinanza del 21 marzo 2013, numero 124, dal Tribunale di Milano sull’articolo 3 della Legge 189/2012 (alias Decreto sanità o Legge Balduzzi), dichiarando la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale.

L’ordinanza della Consulta, asciutta e priva di mirabili spunti esegetici, di fatto non affonda le mani nell’intricato dedalo di problematiche e criticità caratterizzanti la vexata quaestio. Come un osservatore intento a scrutare l’orizzonte, la Corte rileva e fa proprio uno dei pochi punti fermi nell’interpretazione giurisprudenziale e dottrinale del summenzionato articolo 3 (ossia che il sanitario non risponde per colpa lieve, se rispettoso nel suo operare delle linee guida, per la sola imperizia), non potendo andare oltre vista la mancata esplicazione nel dettaglio della fattispecie sottoposta al vaglio del giudice remittente. Una scelta non scontata e che, sotto taluni profili, pare stridere se confrontata con il variegato pacchetto di motivazioni sottese alla decisione dell’organo giudicante milanese di sollevare la questione di legittimità costituzionale.

Il dato normativo

La norma in questione, volta a contrastare l’acuirsi della conflittualità in tema di medical malpractice[1] e la sua più diretta conseguenza rappresentata dalla c.d. “medicina difensiva”[2], sin dalla sua prima apparizione nel Decreto Legge 158/2012, è stata foriera di discussioni e dibattiti dottrinali; così come pure la Legge 189/2012 di conversione e modifica. Numerosi interrogativi permeano difatti l’articolo 3 comma 1, in particolare nel suo profilo penalistico, in ragione della sua portata innovativa e, al contempo, di una formulazione non propriamente cristallina.

Conviene innanzitutto rileggere il testo della norma attualmente in vigore, prendendo a modello l’iter logico ed argomentativo dei giudici costituzionali: “L’esercente le professioni sanitarie che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve. In tali casi resta comunque fermo l’obbligo di cui all’art. 2043 del codice civile. Il giudice, anche nella determinazione del risarcimento del danno, tiene debitamente conto della condotta di cui al primo periodo”.

L’arresto giurisprudenziale, realizzatosi mediante l’ordinanza del tribunale meneghino, era stato salutato con grande fervore in ambiente accademico quale occasione per un’analisi attenta ed autorevole della riforma Balduzzi, nella sua parte più complessa e delicata, da parte della Consulta.

L’ordinanza del Tribunale di Milano

Il Tribunale di Milano è giunto a sollevare questione di legittimità costituzionale in via incidentale dell’articolo 3 della Legge 189 poiché, nel corso di un processo a carico di alcuni sanitari di un istituto ortopedico imputati del reato di lesioni personali gravi, è entrata in vigore la novella legislativa in esame col suo portato in meius a vantaggio degli esercenti le professioni sanitarie.

Il Giudice remittente, nella propria ordinanza, individua plurimi profili di dubbia aderenza della riforma al dettato costituzionale stante l’introduzione, nel nostro ordinamento, di una norma ad professionem che delinea “un’area di non punibilità riservata esclusivamente a tutti gli operatori sanitari che commettono un qualsiasi reato lievemente colposo nel rispetto delle linee guida e delle buone prassi”. Tale disciplina, a parere del giudice a quo, risulterebbe stridente con i principi desumibili agli articoli 3, 24, 25, 27,28, 32, 33, 111 della Costituzione[3].

Ad emergere è innanzitutto il principio di ragionevolezza e tassatività, desumibile dal combinato disposto degli articoli 3 e 25 della Costituzione, muovendo in tal senso un duplice ordine di critiche al riformatore.

In primis si rileva come il legislatore utilizzi formule ambigue ed elastiche quando si riferisce al concetto di “colpa lieve” e “linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica”: nel primo caso si tratta di “una formula criticamente equivoca, non superabile con una mera attività ermeneutica”; mentre nel secondo “non vengono specificate le fonti delle linee guida, quali siano le autorità titolate a produrle, quali siano le procedure di raccolta dei dati statistici e scientifici […]”.

Inoltre l’utilizzo del concetto di “colpa lieve”, sconosciuta nel Diritto Penale nostrano, è a parere del remittente “il punto più debole della normativa in parola”, poiché rimetterebbe alla discrezionalità del giudice “l’interpretazione e l’applicazione di tale formula”. Si rileva, quindi, “la necessità di tassativi, determinati, precisi parametri normativi, primari o sub primari, idonei a delimitare il discrimen della punibilità”.

In secondo luogo emergerebbe la violazione del principio di pari condizione della libertà dell’arte, della scienza e del relativo insegnamento ex articoli 3 e 33 della Costituzione. Il tribunale milanese sostiene come il legislatore abbia “tradito” la ratio legis volta al superamento della c.d. “medicina difensiva”, poiché “l’area di non punibilità è ingiustificatamente premiale per coloro che manifestano acritica e rassicurante adesione alle linee guida o alle buone prassi ed è altrettanto ingiustificatamente avvilente e penalizzante per chi se ne discosta con una pari dignità scientifica […], automaticamente bloccando l’evoluzione del pensiero scientifico e la sperimentazione clinica. La conseguenza di tale irragionevole e quindi iniquo trattamento è il risultato deprimente per la libertà del sapere e lo sviluppo scientifico”.

In terzo luogo viene eccepita la violazione dell’articolo 3 della Costituzione in ragione dei principi di ragionevolezza ed uguaglianza. Da un punto di vista soggettivo si rileva come la norma, rivolgendosi “anche a soggetti privi del compito di adottare scelte terapeutiche e/o diagnostiche (quindi estranei al tema della medicina difensiva) che pur fanno parte della categoria degli operatori sanitari”, si vada ad applicare in maniera indiscriminata ed irragionevolmente estesa. Valutazione viepiù confermata dalla portata oggettiva della novella legislativa, poiché “l’esonero dalla responsabilità penale, comunque qualificato, non riguarda soltanto i reati contro la persona ma qualsiasi reato colposo allargando il raggio di non punibilità fino a comprendere qualsiasi fatto commesso con colpa lieve di qualsiasi operatore sanitario. Secondo il remittente “siffatta dilatazione è aberrante, incongrua e ingiustificata rispetto alla ratio, delineando in modo quasi illimitato la non punibilità di una serie tanto vasta di ipotesi da non trovare una ragionevole spiegazione dell’esenzione di pena (comunque qualificata) nell’osservanza delle linee guida o delle buone prassi”.

La violazione dei principi di ragionevolezza ed uguaglianza, a parere del Tribunale di Milano, viene ulteriormente alla luce lì dove si noti che la norma, potenzialmente, determina una disparità di trattamento tra l’operatore sanitario ed altro soggetto cooperante non dotato di tale qualificazione che, quindi, risponderebbe per colpa lieve.

Infine, sempre in riferimento ai principi ex articolo 3 della Costituzione, si osserva come l’applicazione della disposizione sottoposta a critica determinerebbe una disparità di trattamento tra i sanitari dipendenti pubblici e gli altri pubblici funzionari: “il differente trattamento appare sostanzialmente un privilegio, irragionevole e ingiustificato, riservato ai soli dipendenti pubblici esercenti una professione sanitaria, in contrasto con il principio ex art. 28 Cost. in forza del quale tutti i funzionari dipendenti dello Stato e degli enti pubblici sono direttamente responsabili, secondo le leggi penali [...] degli atti compiuti in violazione di diritti”.

In quarto luogo viene eccepita la violazione dei principi di equa ed effettiva tutela giudiziaria ex articoli 3, 24, 32, 111 della Costituzione. Il giudice remittente argomenta la propria tesi sostenendo come, alla luce della riforma del 2012, “la persona offesa non può ricevere protezione alcuna in sede penale ma soltanto in sede civile in base all’art. 2043 c.c. Si tratta di un grave vuoto di tutela in sede penale che impedisce a un soggetto colpito da un atteggiamento lievemente colposo dell’operatore sanitario di agire anche per chiedere la condanna di quest’ultimo [...]. L’assenza di tutela penale comporta lo svilimento e lo svuotamento di ogni spazio per la persona offesa nel procedimento penale, specificamente (ma non soltanto) nel caso di danno alla salute. Tale conseguenza evidenzia sul piano sostanziale l’ingiustizia e l’ingiustificabilità della depenalizzazione della colpa lieve per gli operatori sanitari”.

Da ultimo, a parere del giudice meneghino sussisterebbe anche la violazione dell’articolo 27 della Costituzione e del principio della funzione rieducativa della pena poiché “avere sostanzialmente depenalizzato la colpa lieve per gli operatori sanitari comporta l’impossibilità di punire chi ha cagionato un reato con colpa, rendendo concreto il rischio che la norma cautelare voleva evitare; e di conseguenza non si consente la rieducazione dell’autore dello stesso”.

L’ordinanza della Corte Costituzionale

A fronte di siffatta complessa ordinanza, come ricordato in apertura, la Corte Costituzionale ha deciso per la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale. Al centro della pronuncia i Supremi giudici rilevano un difetto di forma “macroscopico” nell’ordinanza del giudice remittente: “conformemente a quanto eccepito dall’Avvocatura dello Stato”, sostiene la Corte, “il giudice a quo ha omesso di descrivere la fattispecie concreta sottoposta al suo giudizio e, conseguentemente, di fornire un adeguata motivazione in ordine alla rilevanza della questione”. Il Tribunale di Milano ha, difatti, esclusivamente riferito “di essere investito del processo penale nei confronti di alcuni operatori sanitari, imputati del reato di lesioni personali colpose gravi, cagionate ad un paziente ‘con colpa generica e per violazione dell’arte medica’”; non precisando “la natura dell’evento lesivo, le modalità con le quali esso sarebbe stato causato e il grado della colpa ascrivibile agli imputati; ma soprattutto non precisa se, nell’occasione, i medici si siano attenuti – o, quantomeno, se sia sorta questione in ordine al fatto che essi si siano attenuti – a ‘linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica’ proprie del contesto di riferimento, così che possa venire effettivamente in discussione l’applicabilità della norma censurata”.

Tale insufficiente descrizione della fattispecie concreta, esposta dal remittente in termini “meramente astratti ed apodittici”, secondo la costante giurisprudenza della Corte Costituzionale comporta sol per questo la manifesta inammissibilità della questione. Ciò comporta l’impossibilità e l’inutilità per la Consulta di procedere ad un analisi delle ragioni di diritto.

Dall’ordinanza della Corte emerge un’unica motivazione di natura strettamente giuridica utile a suffragare la scelta di rigetto. Nella pronuncia si legge come non possa dimenticarsi che, tanto la giurisprudenza di legittimità che la dottrina maggioritaria, abbiano ritenuto che “la limitazione di responsabilità prevista dalla norma censurata venga in rilievo solo in rapporto all’addebito di imperizia, giacché le linee guida in materia sanitaria contengono esclusivamente regole di perizia: non, dunque, quando all’esercente la professione sanitaria sia ascrivibile, sul piano della colpa, un comportamento negligente o imprudente”.

Conclusioni

L’ordinanza della Corte Costituzionale ha certamente deluso le aspettative di molti, tanto tra gli operatori sanitari che tra gli studiosi ed i professionisti del diritto. L’inammissibilità della questione di legittimità costituzionale, basata esclusivamente su vizi di forma dell’ordinanza meneghina di rimessione, non fornisce alcuna schiarita nelle dense nebbie del settore della medical malpractice. I dati più recenti in materia sono impressionanti: oltre 12mila denunce di sinistri nel 2012, a fronte di 9 milioni di ricoveri e circa un miliardo di prestazioni specialistiche ed un miliardo di costi assicurativi.[4]

La portata del fenomeno sul sistema sanitario nazionale, e sulle sue casse, non è più problema eludibile dal Parlamento nazionale. La speranza di delegare anche questa materia nelle mani della giurisprudenza (sia essa di merito, di legittimità o costituzionale) rischia di protrarre ancora per lungo tempo le criticità di un contesto normativo vago e non coordinato, nel quale l’attività ermeneutica delle corti funge sì da cardine prezioso ed insostituibile, ma al contempo non può garantire agli operatori la necessaria serenità nell’esercitare la propria ars medica scevra da tentazioni difensiviste e garantiste

(Fonte: Altalex, 14 gennaio 2014. Nota di Emanuele Telesca)

______________

[1] Sul punto si veda la ”Relazione conclusiva della Commissione parlamentare d’inchiesta sugli errori in campo sanitario e sulle cause dei disavanzi sanitari regionali”, come approvata il 22 Gennaio 2013.

[2] Sul tema si consiglia FIORI A., La medicina difensiva, Riv. it. med. leg. 1996, 899.

[3] FERRANDO G., La responsabilità penale del medico dopo la riforma Balduzzi, 8 ottobre 2013.

[4] Fonte Age.na.s, Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali.

 

Corte Costituzionale

Ordinanza 6 dicembre 2013, n. 295

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori: Presidente: Gaetano SILVESTRI; Giudici : Luigi MAZZELLA, Sabino CASSESE, Giuseppe TESAURO, Paolo Maria NAPOLITANO, Giuseppe FRIGO, Paolo GROSSI, Giorgio LATTANZI, Aldo CAROSI, Marta CARTABIA, Sergio MATTARELLA, Mario Rosario MORELLI, Giancarlo CORAGGIO, Giuliano AMATO,

ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 3 del decreto-legge 13 settembre 2012, n. 158 (Disposizioni urgenti per promuovere lo sviluppo del Paese mediante un più alto livello di tutela della salute), convertito, con modificazioni, dalla legge 8 novembre 2012, n. 189, promosso dal Tribunale di Milano nel procedimento penale a carico di B.C. ed altri con ordinanza del 21 marzo 2013, iscritta al n. 124 del registro ordinanze 2013 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 23, prima serie speciale, dell’anno 2013.

Visto l’atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito nella camera di consiglio del 23 ottobre 2013 il Giudice relatore Giuseppe Frigo.

Ritenuto che, con ordinanza del 21 marzo 2013, il Tribunale di Milano, in composizione monocratica, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24, 25, secondo comma, 27, 28, 32, 33 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 3 del decreto-legge 13 settembre 2012, n. 158 (Disposizioni urgenti per promuovere lo sviluppo del Paese mediante un più alto livello di tutela della salute), convertito, con modificazioni, dalla legge 8 novembre 2012, n. 189;

che il rimettente premette di essere investito del processo nei confronti di alcuni operatori sanitari di un istituto ortopedico, imputati del reato di lesioni personali gravi, cagionate ad una paziente «con colpa generica e per violazione dell’arte medica»;

che, esaurita l’istruzione dibattimentale, nelle more della discussione finale era entrato in vigore l’art. 3 del d.l. n. 158 del 2012, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 189 del 2012, il cui comma 1 stabilisce che «L’esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve», fermo restando l’obbligo risarcitorio di cui all’articolo 2043 del codice civile e con l’ulteriore precisazione che «il giudice, anche nella determinazione del risarcimento del danno, tiene debitamente conto della condotta di cui al primo periodo»;

che il citato art. 3 prosegue, nei successivi commi, prevedendo un sistema di agevolazione assicurativa per gli esercenti le professioni sanitarie e una tabella per le somme dovute a titolo di risarcimento del danno biologico;

che, ad avviso del giudice a quo, la disposizione censurata si porrebbe in contrasto con plurimi parametri costituzionali;

che rimarrebbe assolutamente incerto, anzitutto, se, con la formula «non risponde penalmente per colpa lieve», la norma escluda che versi in colpa lieve il sanitario attenutosi alle linee guida e alle buone pratiche, o preveda invece una causa di non punibilità in senso stretto a favore del sanitario cui pure sia addebitabile una colpa lieve;

che l’equivocità della locuzione in questione, non superabile tramite «una mera attività ermeneutica», renderebbe il dato normativo impreciso, ponendolo in contrasto con i principi di ragionevolezza e di tassatività della fattispecie penale (artt. 3 e 25, secondo comma, Cost.), nonché con la funzione rieducativa della pena (art. 27 Cost.);

che la norma censurata violerebbe il principio di tassatività, desumibile dall’art. 25, secondo comma, Cost., anche in ragione dell’omessa definizione del concetto di «colpa lieve», che segna il limite di operatività dell’«esimente» da essa delineata: concetto venuto sinora in rilievo, nell’ordinamento penale – secondo il giudice a quo – solo nell’ambito della valutazione del grado della colpa, richiesta dall’art. 133 del codice penale ai fini della quantificazione della pena, e senza, peraltro, che sul punto si siano formati orientamenti giurisprudenziali univoci;

che la disposizione sottoposta a scrutinio determinerebbe, inoltre, una irragionevole compressione della libertà della scienza, in violazione degli artt. 3 e 33 Cost.;

che la ratio della non punibilità dell’operatore sanitario, da essa sancita, risiederebbe, infatti, nell’intento di contrastare la cosiddetta «medicina difensiva»: vale a dire, la tendenza della classe medica ad adottare scelte diagnostiche e terapeutiche che valgano a porla al riparo da conseguenze penali e da richieste risarcitorie, ma che non necessariamente rispondono all’interesse del paziente;

che la soluzione concretamente adottata dal legislatore tradirebbe, tuttavia, tale finalità, rischiando «di burocratizzare le scelte del medico e quindi di avvilire il progresso scientifico»: essa “premierebbe”, infatti, coloro che prestano una «acritica e rassicurante adesione» alle linee guida e alle buone pratiche già codificate, penalizzando invece chi, con una pari dignità scientifica, se ne discosta, con l’effetto di bloccare l’evoluzione del pensiero scientifico e la sperimentazione clinica;

che la norma denunciata violerebbe l’art. 3 Cost. anche per l’irragionevole ampiezza assunta dalla sua sfera applicativa, in contrasto con l’evidenziata ratio;

che, a fronte della genericità delle espressioni usate, la previsione di non punibilità sarebbe infatti riferibile, sul piano soggettivo, anche ad operatori sanitari non chiamati ad adottare scelte diagnostiche o terapeutiche, o le cui scelte non attengono alla salute umana (quali veterinari, farmacisti, biologi o psicologi, tutti compresi nel genus degli esercenti le professioni sanitarie), e, sul piano oggettivo, a qualunque reato colposo, anche diverso dai reati contro la persona;

che, in ulteriore violazione dei principi di eguaglianza e di ragionevolezza, la norma censurata renderebbe gli operatori sanitari non punibili anche per i reati colposi in materia di sicurezza del lavoro, quando pure si tratti di soggetti investiti di specifiche posizioni di garanzia a tale riguardo, in quanto aventi la qualifica di datore di lavoro, dirigente, preposto o lavoratore;

che l’art. 3 Cost. sarebbe violato, ancora, sotto il profilo della ingiustificata disparità di trattamento tra gli operatori sanitari e i soggetti con diversa qualifica che cooperino colposamente alla realizzazione del medesimo evento lesivo, posto che, a parità di grado di colpa, solo i primi beneficerebbero dell’esonero da responsabilità penale per i fatti commessi con colpa lieve;

che, in contrasto con gli artt. 3, 24, 32 e 111 Cost., la disposizione denunciata comprometterebbe, inoltre, la tutela giudiziaria della persona offesa, la quale, nei casi previsti dalla disposizione stessa, potrebbe agire solo in sede civile, vedendosi così privata dei più ampi strumenti di tutela offerti dal processo penale, diversamente da quanto avviene in rapporto ai reati commessi con colpa lieve da soggetti non esercenti la professione sanitaria;

che nell’ipotesi, poi, in cui i sanitari fossero dipendenti pubblici, essi fruirebbero, in violazione degli artt. 3 e 28 Cost., di un trattamento privilegiato rispetto a quello riservato a tutti gli altri dipendenti pubblici, i quali, a parità di condotta lievemente colposa lesiva dei medesimi beni giuridici, continuano invece a rispondere penalmente;

che assolutamente impreciso e foriero, dunque, di un ulteriore vulnus del principio di tassatività sarebbe, infine, il riferimento alle «linee guida» e alle «buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica», delle quali non vengono precisate le fonti, le modalità di produzione e le procedure di diffusione, con il risultato di rendere indeterminabile l’area della non punibilità;

che la questione sarebbe, altresì, rilevante nel giudizio a quo, giacché, trattandosi di norma più favorevole al reo, essa «potrebbe essere di diretta e immediata applicazione al caso sub iudice, salva ogni valutazione sul merito della vicenda processuale»;

che l’accoglimento della questione, d’altra parte, comporterebbe il semplice ripristino della normativa generale precedente, senza ledere la discrezionalità del legislatore nella determinazione delle fattispecie penali;

che è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata inammissibile per omessa descrizione della fattispecie concreta o, comunque, infondata nel merito.

Considerato che il Tribunale di Milano dubita della legittimità costituzionale dell’art. 3 del decreto-legge 13 settembre 2012, n. 158 (Disposizioni urgenti per promuovere lo sviluppo del Paese mediante un più alto livello di tutela della salute), convertito, con modificazioni, dalla legge 8 novembre 2012, n. 189, nella parte in cui, al comma 1, dispone che «L’esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve»: previsione che il rimettente reputa lesiva di un’ampia platea di parametri costituzionali (artt. 3, 24, 25, secondo comma, 27, 28, 32, 33 e 111 della Costituzione);

che – conformemente a quanto eccepito dall’Avvocatura dello Stato – il giudice a quo ha omesso di descrivere compiutamente la fattispecie concreta sottoposta al suo giudizio e, conseguentemente, di fornire una adeguata motivazione in ordine alla rilevanza della questione;

che il rimettente si limita, in effetti, a riferire di essere investito del processo penale nei confronti di alcuni operatori sanitari, imputati del reato di lesioni personali colpose gravi, cagionate ad una paziente «con colpa generica e per violazione dell’arte medica»;

che il rimettente non specifica la natura dell’evento lesivo, le modalità con le quali esso sarebbe stato causato e il grado della colpa ascrivibile agli imputati; ma, soprattutto, non precisa se, nell’occasione, i medici si siano attenuti – o, quantomeno, se sia sorta questione in ordine al fatto che essi si siano attenuti – a «linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica» proprie del contesto di riferimento, così che possa venire effettivamente in discussione l’applicabilità della norma censurata;

che, al riguardo, occorre anche considerare come, nelle prime pronunce emesse in argomento, la giurisprudenza di legittimità abbia ritenuto – in accordo con la dottrina maggioritaria – che la limitazione di responsabilità prevista dalla norma censurata venga in rilievo solo in rapporto all’addebito di imperizia, giacché le linee guida in materia sanitaria contengono esclusivamente regole di perizia: non, dunque, quando all’esercente la professione sanitaria sia ascrivibile, sul piano della colpa, un comportamento negligente o imprudente;

che l’insufficiente descrizione della fattispecie concreta impedisce alla Corte la necessaria verifica della rilevanza della questione, affermata dal rimettente in termini meramente astratti e apodittici;

che le rilevate manchevolezze dell’ordinanza di rimessione comportano, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte (ex plurimis, ordinanze n. 99 del 2013, n. 314 e n. 268 del 2012), la manifesta inammissibilità della questione.

Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.

per questi motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’art. 3 del decreto-legge 13 settembre 2012, n. 158 (Disposizioni urgenti per promuovere lo sviluppo del Paese mediante un più alto livello di tutela della salute), convertito, con modificazioni, dalla legge 8 novembre 2012, n. 189, sollevata, in riferimento agli artt. 3, 24, 25, secondo comma, 27, 28, 32, 33 e 111 della Costituzione, dal Tribunale di Milano con l’ordinanza indicata in epigrafe.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 2 dicembre 2013.

F.to:

Gaetano SILVESTRI, Presidente

Giuseppe FRIGO, Redattore

Gabriella MELATTI, Cancelliere

Depositata in Cancelleria il 6 dicembre 2013.

Il Direttore della Cancelleria

F.to: Gabriella MELATTI